Il boia arriva all'alba e in segreto. Dopo false promesse, confessioni forzate, processi sommari e tante bugie

2/01/2010 10:50:00 AM Posted In , , , , Edit This 0 Comments »
All'alba del 28 gennaio scorso Mohammad Reza Ali-Zamani (37 anni) e Arash Rahmanipour di appena 19 anni, accusati ufficialmente dal regime di mohareb ("inimicizia contro Dio") per la partecipazione alle proteste post elettorali, sono stati impiccati a Tehran in gran segreto senza che le famiglie o gli stessi avvocati ne fossero informati con preavviso. Entrambi sono stati forzati a rilasciare false confessioni, come ha dichiarato l'avvocato di Rahmanipour. Intanto il regime rilascia dichiarazioni contraddittorie sulle ragioni della condanna a morte. 9 persone arrestate in seguito alle proteste del 27 dicembre scorso - giorno dell'Ashura - sono state condannate a morte; altre 16 sono state processate dal Tribunale rivoluzionario di Tehran il 30 gennaio: almeno 5 sono accusate di mohareb e quindi sono a rischio di esecuzione.

Quando, l'8 ottobre scorso, le autorità giudiziarie iraniane annunciarono che Mohammad Reza Ali-Zamani (37 anni) era il primo condannato a morte tra i prigionieri processati per le proteste post-elettorali, non avremmo mai pensato che, nel volgere di tre mesi e mezzo, ci saremmo trovati a commentare la sua impiccagione. Nei giorni seguenti altri quattro nomi si aggiunsero al suo, e tra questi c'era quello di Arash Rahmanipour, 19 anni. Erano tutti accusati di far parte dell'Associazione monarchica iraniana (Anjoman-e Padeshti-e Iran). Pensavamo allora, con ingenua superficialità, che la condanna in sé potesse ottenere il suo scopo - intimidire il dissenso, terrorizzare i manifestanti - senza che fosse necessario renderla esecutiva. Pensavamo che per il regime fosse fin troppo facile scegliere come capri espiatori alcuni (presunti) rappresentanti di una minoranza (i monarchici, appunto) per la quale molti iraniani non hanno simpatie. Pensavamo che la mobilitazione internazionale avrebbe in ogni caso portato a una revisione e a una commutazione della pena in sede di appello. Soprattutto, pensavamo di avere tempo.

Non è andata così.

In Iran non basta più annunciare una condanna a morte per spaventare gli oppositori del regime. Il livello dello scontro è ormai tale che occorre passare dalle parole ai fatti, dalle minacce alla loro attuazione. Occorre quindi che il boia si metta al lavoro. L'ultraconservatore Ayatollah Jannati, nel corso della preghiera di venerdì scorso (29 gennaio), è stato chiarissimo: "Nel nome di Dio dovremo procedere rapidamente a numerose altre esecuzioni."

24 ore prima di quelle parole, all'alba di giovedì 28 gennaio, Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanipour erano stati impiccati. Nessuno se lo aspettava, nessuno ne sapeva niente. L'esecuzione è avvenuta in segreto ed è stata comunicata a cose fatte.

Il procuratore capo di Tehran, Abbas Jafari Dowlatabadi, ha spiegato alla televisione di stato che i due appartenevano a gruppi controrivoluzionari e monarchici, che avevano confessato nel corso del processo e che la sentenza contro di loro era stata confermata dal giudizio di appello.

Per quanto riguarda quest'ultima affermazione, basti sapere che né gli avvocati né le famiglie degli imputati erano a conoscenza di un processo di appello. Per quanto riguarda le confessioni, è vero che ci sono state e che sono state la sola prova utilizzabile per condannare i due imputati, in assenza di qualsiasi altra evidenza a loro carico. Ma sul modo in cui queste confessioni sono state ottenute, fa fede la parola di Nasrin Sotoudeh, avvocato di Arash Rahmanipour. In una
intervista, la Sotoudeh ha detto che il suo cliente era stato spinto a confessare e ad assumersi la responsabilità di reati mai commessi, con la promessa che in questo modo sarebbe stato condannato a 10 anni di prigione e che gli sarebbe stata salvata la vita. Per indurlo a "confessare", sono state esercitate pressioni sulla sua famiglia, in particolare sul padre che sarebbe stato minacciato di arresto nel caso in cui non fosse riuscito a spingere Arash alla confessione. Agli interrogatori, naturalmente, Nasrin Sotoudeh non ha potuto assistere mai. Anche la "confessione" di Zamani era in modo molto evidente costruita a tavolino dalle autorità: in un video teletrasmesso dalla Tv iraniana, egli ha ammesso di essere un collaboratore della Cia e del Mossad.

Al di là delle confessioni estorte e pilotate, a destare scandalo è anche la contradditorietà delle accuse che hanno portato Zamani e Rahmanipour sulla forca. Accusati di mohareb ("inimicizia contro Dio"), essi sono stati inizialmente indicati dalle autorità come responsabili delle proteste post-elettorali, e tuttora l'agenzia IRNA ne sottolinea il coinvolgimento in quelle proteste. In realtà, già nei giorni immediatamente successivi alla condanna dell'8 ottobre, l'organizzazione Human Rights Activists in Iran ha dimostrato che entrambi erano già in carcere dalla primavera del 2009, quindi alcuni mesi prima delle elezioni. E lo stesso procuratore Dowlatabadi, nelle dichiarazioni che abbiamo poc'anzi riportato, non fa più alcun riferimento alle proteste post-elettorali, mentre la filogovernativa PressTv sostiene che Zamani e Rahmanipour erano implicati nell'attentato esplosivo che, nel 2008, causò la morte di 12 persone a Shiraz. Versioni un po' troppo diverse, e tra loro contrastanti, per essere sufficienti a mandare a morte due imputati.

Va anche sottolineato che molte delle accuse a carico di Arash Rahmanipour si riferivano a fatti commessi quando non aveva ancora compiuto 18 anni. Il che aggiunge anche il suo nome alla lista dei rei-minorenni impiccati dal regime.

Il 28 gennaio scorso, con l'esecuzione di Zamani e di Rahmanipour, il regime ha chiaramente dimostrato che non intende limitarsi a "fare pressione" per inibire la protesta ed i suoi oppositori semplicemente emettendo condanne a morte: è altissimo oramai il rischio che questo sia l'inizio di una feroce escalation di esecuzioni capitali. Zamani e Rahmanipour, infatti, erano tra le 11 persone messe sotto processo per il coinvolgimento nelle recenti proteste, per le quali il
Tribunale Rivoluzionario di Tehran ha stabilito una condanna capitale perchè responsabili di diversi "crimini": accusati di mohareb ("inimicizia contro Dio "), di essere monarchici o membri del MKO, di aver attentato alla sicurezza nazionale.

Secondo quanto ha riportato l'agenzia di stato
IRNA, domenica 31 gennaio ben 16 persone arrestate in seguito alle proteste del giorno dell'Ashura - il 27 dicembre scorso - sono state processate dal Tribunale rivoluzionario: per almeno 5 imputati l'accusa è quella di mohareb, ossia una potenziale e quasi certa condanna a morte.


L'accusa di essere degli eretici, dei "nemici di Dio e dell'Islam", mossa sempre più di frequente nei confronti dei prigionieri politici, è un segnale dell'ulteriore giro di vite nella repressione attuata dal regime. Tale accusa, infatti, pende anche sulle vite di Mehrdad Rahimi e Kouhyar Goudarzi, arrestati rispettivamente il 2 gennaio e il 21 dicembre, entrambi blogger e membri del Committee for Human Rights Reporters in Iran che è stato definito il 22 gennaio scorso dal procuratore capo di Tehran, Abbas Jafari Dowlatabadi, una "cellula operativa" del MKO (Organizzazione dei Mujahedeen del Popolo): la dichiarazione è stata sufficiente ad accusare Rahimi e Goudarzi di essere dei mohareb. A Rahimi è stato concesso di incontrare la sua famiglia per la prima volta dopo ben 27 giorni di detenzione, il 28 gennaio scorso. Durante l'incontro ha raccontato ai suoi familiari dell'enorme pressione alla quale è sottoposto affinchè rilasci una pubblica "confessione" durante una intervista televisiva.
Ci sono almeno altri 4 membri del Committee for Human Rughts Reportes attualmente detenuti nel carcere di Evin, tra cui Shiva Nazar Ahari, arrestata con lo stesso Gourdazi mentre si apprestava a prender parte ai funerali dell'Ayatollah Montazeri e Parissa Kakeei, anche lei finita ad Evin il 2 gennaio scorso.

Il regime non si accontenterà di diffondere il terrore ma reprimerà nel sangue ancora una volta la voce della protesta. Non sono più sufficienti gli arresti di massa, le sentenze durissime, le pressioni psicologiche e fisiche, le condizioni dure e disumane delle carceri iraniane. Quante morti ancora è necessario che avvengano perchè la comunità internazionale intervenga? Quanti studenti, attivisti, giornalisti devono essere giustiziati perchè il silenzio si rompa?

Gli iraniani aspettano una risposta....



Marco Curatolo & Cristina A.


Ecco il video trasmesso dal canale televisivo iraniano PressTv (in lingua inglese) con le false confessioni di Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanipour

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